…E venne il giorno (di M. Night Shyamalan)

Locandina

 http://www.20thfox.it/trailers/e_venne_il_giorno-101511/20011/

Credevo si trattasse del solito film “catastrofico”, e, dopo il colossale flop di “The Village”, temevo che ormai Shyamalan avesse esaurito la sua potenzialità visionaria con “Il Sesto Senso”.

Perciò sono andata  a vedere ieri il film (ehi Ale ;) ) con un misto di scetticismo e comunque curiosità, dato che, dopo aver sfogliato qualche trailer online, avevo notato con sorpresa che non avrei assistito né a terribili terremoti, né a mostruose ondate tsunamiche, né a invasioni di strane e nuove forme di vita.

Il dramma che si consuma è qualcosa di molto più angosciante: un’epidemia di suicidi causata dalle tossine psicotrope rilasciate dagli alberi, prima dei parchi delle grandi città d’America, poi via via dalle piante della periferia. Un piano della natura per eliminare quello che ormai ha etichettato come invasore: l’uomo.

Le immagini hanno qualcosa di surreale: persone colte nella loro quotidianità, che camminano prese dalle loro ordinarie occupazioni, improvvisamente si fermano e cercano il modo più sbrigativo per morire. Che non è sempre il meno doloroso.

In un crescendo macabro e morboso operai edili si lanciano dai palazzi in costruzioni, custodi dello zoo si lasciano mangiare dai leoni, tecnici si impiccano con i tubi, uomini al volante vanno coscientemente fuoristrada impattando contro gli alberi e i sopravvissuti all’urto cercano la morte tagliandosi le vene con i vetri infranti del parabrezza.

Agenti e soldati si sparano, e la pistola che cade dalle loro mani viene riutilizzata dalle persone al loro fianco per compiere il medesimo gesto, un perverso scambio di kalumet di pace, eterna; una donna si rompe la testa e sfigura il volto a forza di battere su muri e vetri di casa, c’è chi si getta sotto una falciatrice in azione dilaniando il proprio corpo.

Un mondo che corre verso la propria autodistruzione, un’umanità che improvvisamente comincia a camminare all’indietro. Un’azione scioccante nella sua semplicità e insensatezza. Simbolo di un’azione che va contro la prima delle leggi di ogni essere vivente: quella dell’autoconservazione. Una scelta molto più sottile da parte dell’autore che non immaginare una sostanza che induca gli uomini a uccidersi tra di loro in un massacro globale. Del resto non è quello che stiamo facendo, senza aiuto di tossine?

Al pari intrigante e spiazzante il non proporre una soluzione, un rimedio. Di solito, nei film in cui un virus letale irrompe nel globo seminando morte c’è sempre il medico risolvi-tutto che trova l’antidoto giusto, magari morendo nella riuscita. Qui no. L’evento nasce nella natura e nella natura si conclude. Non c’è un modo per contrastare la volontà silenziosa dell’elemento vegetale e l’uomo deve chinare il capo e trasformarsi da predatore a preda, in balìa del capriccio imprevedibile della natura.

Capriccio o difesa? Nel film viene sostenuta la teoria per cui le piante attaccano i luoghi dove ci sono più persone, proprio per tutelarsi dall’impatto del tessuto antropico. Da qui l’idea del protagonista (che non fa molto più che realizzare che sono le piante e non dei fantomatici terroristi a monte della tragedia in atto) di “disperdersi”, poiché le tossine si indirizzerebbero verso i gruppi e non i singoli.

La dispersione del gruppo di cui il protagonista è leader è totale, poiché molti dei membri incorrono in una serie di brutte fini, non meno impressionante quella dei due ragazzi che vengono presi da un colpo di fucile sparato dai proprietari di una casa, diffidenti nell’aprire al gruppo di sconosciuti. Un esempio di dinamica del panico di massa, assieme al fuggi fuggi generale delle macchine di fronte al pericolo, ognuno per sè, e Dio per tutti. E chissenefrega se qualcuno ci chiede aiuto.

Dispersione al punto tale che perfino il protagonista e sua moglie (ovviamente una coppia in crisi con un rapporto da recuperare, il classico cliché di cui facevamo volentieri a meno…) si ritrovano in due distinti rifugi nel momento di una tempesta di vento avvelenato. L’idea della possibilità di poter rimanere separati per sempre e morire lontani uno dall’altro li spinge a compiere un gesto realmente suicida: escono ciascuno dai loro rifugi per venirsi incontro a metà strada, nel vortice dell’aria assassina (tralasciamo che magari la bambina potevano non coinvolgerla -.-).

Un suicidio scelto, consapevole, un movimento in avanti, razionale. Un gesto che secondo me forse può essere interpretato al di là della vicenda sentimentale dei due, e trascende fino a significare la più grande paura dell’uomo: la solitudine. E il venirsi incontro sfidando la morte è l’ultimo messaggio: piuttosto che accettare questo destino di esilio, meglio la fine.

Un film a diverse letture, purtroppo obnubilato dalla scelta di inserire comunque la canonica dinamica di “rapporto da recuperare” che ha fatto il suo tempo. Una pecca che comunque non impedisce di godere a pieno di scene che lasciano un segno indelebile e toccano corde ancestrali nelle emozioni dello spettatore. 

~ di Michela Sbaffo su Giugno 25, 2008.

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